22 set 2007
Libri e storia
Fra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, nella Firenze medicea, come a Venezia o a Ferrara o a Mantova, l'Italia delle corti e dei conventi assistette a una vera e propria scoperta della lingua ebraica. Fu una corsa a procurarsi libri o manuali in lingua originale, le edizioni del Talmud, la Bibbia, i libri della qaballah, gli antichissimi testi della mistica ebraica come Il libro della formazione o il Sefer ha zohar («Il libro dello splendore»), nei quali, per un pubblico di eletti, venivano spiegati i misteri della creazione e dell'universo. Perché avveniva tutto questo? Perché, insieme al ritorno alle fonti della cultura classica, non soltanto i dotti umanisti, ma anche i religiosi desiderosi di convertire gli ebrei al cristianesimo, pensarono di dover resuscitare e rendere disponibile per tutti il tesoro rappresentato dalla «lingua santa»: i primi, per completare, con la conoscenza dell'ebraismo, il panorama della sapienza occidentale; entrambi, per cercare nel giudaismo la prova delle verità di fede cristiane.
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