
Allora sì che erano tempi d’oro. I giardini di Ezbekiyya, nel cuore di uno dei quartieri storici del Cairo. Ataba. C’era il lago, nel parco voluto da Mohammed Ali sul modello di quelli francesi, e lungo il perimetro del giardino si allungavano gli stand dei librai. Come sul Quai a Parigi. I ragazzi di allora, gli scrittori che erano giovani quando Gamal Abdel Nasser era al potere, i professorini, i potenziali intellettuali del nuovo Egitto, andavano dai “loro” librai di Ezbekiyya a prendere volumi usati, nuovi, antichi. Un libro, una panchina nel parco dove fermarsi a sfogliarlo, con calma. Per poi decidere se comprarlo, o invece ridarlo al libraio.Era Ezbekiyya il vero caffè culturale del Cairo. Altro che Cafè Riche, o Zahret el Bustan. Ma i tempi passano. Ad Ezbekiyya il lago non c’è più. Ora c’è la più prosaica stazione della metro che porta la folla sulla piazza di Ataba. Alla ricerca di qualsiasi cosa si possa comprare, in quello che è il vero e proprio Harrod’s a cielo aperto del Cairo. Un grande magazzino virtuale che si estende in quell’ampia superficie che sta tra downtown e il mercato di Khan el Khalili. I librai, i vecchi librai ci sono ancora a Ezbekiyya. Confinati tra l’ingresso della metropolitana e il muro che è stato costruito accanto alla stazione di polizia. Per ragione di sicurezza. Decine e decine di bugigattoli in ferro, pieni sino all’inverosimile non più di chicche per estimatori. Ma di testi d’informatica, riviste, manuali scolastici usati. E magari bestseller taroccati. Cinque anni fa li avevano spostati, in blocco, nella zona vicino ai cimiteri. Trasloco temporaneo, avevano detto le autorità, per consentire i lavori della metropolitana, a due fermate dal Museo Egizio. E, in effetti, i librai ci sono tornati, vicino ai vecchi giardini. Chissà per quanto, però, visto che l’atmosfera tra gli stand è quella di un mercato in dismissione, e che sulla loro testa pende la spada di Damocle di un altro trasloco, sempre per costruire una nuova stazione della metro. E magari qualche altra cosa, in un quartiere dove la caccia al metro quadro da comprare e rivendere è senza scrupoli.A difendere i librai di Sour el Ezbekiyya di tanto in tanto, sulla stampa nazionale, sono i loro vecchi clienti. Diventati, nel frattempo, gli scrittori di fama del paese. Ci passa ancora Gamal el Ghitani, l’anima della più importante rivista letteraria del paese. Oppure, sempre più di rado, Sonallah Ibrahim, l’uomo del gran rifiuto, che tre anni fa salì sul palco solo per rifiutare il più importante premio letterario del paese. Le pressioni degli scrittori, però, servono a ben poco per il futuro dei bugigattoli verde brillante di Sour el Ezbekiyya. “E’ calato il silenzio, ora”, commenta senza più speranza Harbi Mohaseb, il portavoce dei librai. Un uomo che, quando andrà in pensione, chiuderà bottega per sempre. I figli lavorano negli Emirati, fanno i contabili, perché lui aveva già capito per tempo che per un mestiere come il suo, passato di mano in mano per generazioni, non ci sarebbe stato futuro. Nel suo piccolo antro ricolmo di riviste di modernariato, che sa di petrolio per proteggere la carta dai topi, il sincretismo politico-religioso arabo c’è tutto. Un vecchio trafiletto ingiallito con la foto rassicurante e forte di Nasser, una immaginetta di Ahmed Yassin, lo sceicco di Hamas, e tra i due la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme.
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